La famosa crisi del calcio italiano

di Pedro il 4 marzo 2011

Una vulgata legge la recente storia del calcio italiano secondo un metro di giudizio che corrisponde perfettamente allo stato generale. Analizza il declino del calcio italiano, evidente a tutti a livello europeo, utilizzando le stesse categorie di pensiero che si vedono altrove, applicate su più ampia scala: il discorso da bar elevato a programma di governo.

Nel nostro caso le consorterie legate a Moggi o comunque ai tradizionali poteri che vanno al di là del calcio, sono unite nell’individuare in Calciopoli la causa della fine del calcio italiano, della sua competitività. In una serie di post dimostreremo il contrario e lo faremo con grande disappunto, perché in un paese normale non ce ne sarebbe stato bisogno, dato l’evidente vizio di un simile ragionamento.

Il declino del nostro calcio di club può essere desunto da due elementi macroscopici, visibili a tutti, soprattutto alla stragrande maggioranza dei tifosi, che si accontentano di questi per trarre delle conclusioni: i magri risultati nelle coppe europee e il ranking Uefa.

Si potrebbe dire semplicisticamente che il secondo elemento è conseguenza del primo, ma non è così. Mentre i risultati, anno per anno, ci dicono che le squadre italiane a livello di Champions League rimangono al top del Continente, il ranking Uefa fotografa una situazione generale basata su una tendenza pluriennale, che dice l’esatto contrario, cioè che stiamo retrocedendo.

Calciopoli è un momento storico chiave del calcio italiano, ma come causa di questo declino se non è sopravvalutato è addirittura travisato. Le inchieste mettono fine al potere della Juventus di Moggi, politico prima ancora che sportivo, e chiudono per sempre l’asse di preferenza con il Milan di Berlusconi. Calciopoli mette fine, insomma, all’alleanza tra la squadra della famiglia privata più influente dell’ultimo secolo della nostra storia e la squadra dell’uomo più potente, politicamente e finanziariamente, dell’ultimo ventennio. Già questo dovrebbe far pensare.

Non è un caso che Moggi lavori perfettamente nella Juve degli Agnelli, come non è un caso che si trovi a meraviglia col Milan di Berlusconi. Moggi è un prodotto tipico del nostro paese, così come lo è Berlusconi e che i due si assomiglino e si apprezzino è naturale. Meno naturale è questo connubio di “poteri forti”, li chiamerebbero gli amanti dei complotti, questa alleanza di interessi, che anziché entrare in conflitto sul terreno dello sport e dei valori che esso incarna, si allea per trarre anzitutto beneficio finanziario.

Il primo, Luciano Moggi, deve mantenere elevato lo standard competitivo della Juventus in un periodo nel quale la Fiat perde quote di mercato e la protezione politica è più incerta (sale al potere nel passaggio di consegne tra Cesare Romiti e Umberto Agnelli). Deve farlo perchè la Fiat ha un ritorno pubblicitario enorme dalla proprietà della Juventus, altrimenti non si spiegherebbe il successo di alcune vetture che in altri mercati sono state giudicate con toni addirittura esilaranti. Il secondo, Berlusconi, ha fatto del Milan la propria pietra angolare propagandistica, ben conoscendo il meccanismo persuasivo che si innesca coi successi sportivi. All’alba dell’accordo Moggi-Galliani, sancito dalla nuova formula del Trofeo L. Berlusconi, il presidente del Milan ha già sperimentato cosa significhi avere una squadra che vince e sa come spenderla per la propaganda politica.

Quando Gianni Agnelli pronunciò la famosa frase “la festa è finita”, si riferiva a un intero universo nel quale politica e affari si mentivano a vicenda sul reale stato economico del nostro paese. Gli anni del “craxismo” sono dominati da questa incoscienza diffusa, determinata da dei successi economici che annebbiano le idee. Se la nostra classe politica fosse stata onesta, i risultati ottenuti nel primo quinquennio degli anni Ottanta, avrebbero prodotto i migliori effetti nei successivi dieci anni, ma non è stato così. E’ scesa l’inflazione, i consumi si sono impennati, l’Italia ha superato addirittura la Gran Bretagna, come prodotto nazionale lordo.

Le icone della “Milano da bere” sono Craxi, Berlusconi, Armani, ma anche Everardo dalla Noce, Carol Alt, i primi film di Massimo Boldi. In questo intreccio tra politica e affari mette lo zampino Tangentopoli, che lambisce appena il calcio, con l’affaire Lentini che, per motivi puramente politici, non viene mai approfondito, ma che invece disvela un modo di fare che è già oltre la disinvoltura.

Negli anni Ottanta il calcio italiano è al massimo, ma a livello europeo stenta a riprodurre quanto realizzato nei favolosi anni Sessanta, a seguito del grande boom economico. Il decennio precedente è contrassegnato non solo dall’avanzamento della crisi, ma anche dalla chiusura delle frontiere, che avrà una conseguenza rilevante sui successi della Nazionale tra il 1978 e il 1982. La formula della Coppa dei Campioni è quella vecchia, dominata dal dentro-fuori tra i campioni delle rispettive federazioni. Tra l’ultimo successo del Milan (1969) e il trionfo piuttosto discutibile della Juventus (1985), passano 16 anni di delusioni, con le milanesi e la stessa Juve che perdono finali a ripetizione.

La riapertura delle frontiere e la disponibilità finanziaria generata dalla crescita economica degli anni Ottanta contribuiscono a colmare il gap con le tradizionali federazioni e a proiettare le nostre squadre al vertice. Ma non è la Champions League a creare l’illusione, anche se il Milan trionfa due volte con la vecchia formula (con episodi abbastanza fortunati: dalla nebbia di Belgrado all’assenza dei campioni inglesi, grandi protagonisti tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta). Il vero trionfo italiano è nella vecchia Coppa Uefa e anche nella Coppa delle Coppe. In undici edizioni le squadre italiane vincono 8 volte, ci sono ben 4 finali fratricide, finaliste perdenti e un dominio totale esteso al livello dei quarti.

Se la teoria del Moggismo fosse vera (il declino è conseguenza di Calciopoli), ragionando per logica o non al bancone del bar, in questo periodo avremmo vinto perché c’era il Moggismo, c’era l’Allenza Moggi-Galliani, c’era il Sistema Juve, il Sistema Milan, il calcio italiano aveva solo grandi squadre et cet. Non è così. L’apice del Moggismo, infatti, non può essere considerato certo il 1994, anno nel quale l’Italia trionfa in Champions e in Uefa e il Parma viene sconfitto in finale di Coppa delle Coppe dall’Arsenal e Moggi veniva assunto clandestinamente dalla Juventus, che si vergognava addirittura di presentarlo.

E’ chiaro, dunque, che le cause del declino non sono da ravvisarsi nel declino di Moggi e del suo modo di pensare il calcio, perché all’apice del calcio italiano Moggi era in pratica disoccupato. Ma di questo parleremo nella prossima puntata, cercando di capire perchè siamo arrivati a questo punto (fine della prima parte).

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{ 13 commenti… prosegui la lettura oppure aggiungine uno }

1 juliocesar marzo 4, 2011 alle 09:49

@Pedro

chapeau!

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2 Luis marzo 4, 2011 alle 09:53

*****+***** :-D

Non vedo l’ora di leggere le altre parti!

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3 Jerry marzo 4, 2011 alle 09:59

fantastico

e quoto Luis

Luis:

hanno cacciato dopo la volpe anche il gatto

w sisenando

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4 Ciccio marzo 4, 2011 alle 10:07

Attendo impaziente la seconda parte :)
Sul verme di Monticiano, leggevo che è possibile una sua riassunzione in quel di j**e, con tanto di beneplacito di tifosi ottusi che contano i giorni alla fine della sua squalifica per rivederlo comandare nel calcio…come se calciopoli non fosse servita a nulla…

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5 C.N.L. marzo 4, 2011 alle 10:14

“Il vero trionfo italiano è nella vecchia Coppa Uefa e anche nella Coppa delle Coppe. In undici edizioni le squadre italiane vincono 8 volte, ci sono ben 4 finali fratricide, finaliste perdenti e un dominio totale esteso al livello dei quarti”.

Giustissimo!
Non tanto e non solo perché dal 1991 al 1998 l’Inter vinse tre coppe UEFA, ma perché tutti i campionati hanno da una a tre squadre che possono dire la loro in coppa dei campioni, sfruttando magari congiunzioni astrali favorevoli. Un movimento calcistico di prim’ordine lo si riconosce non (o meglio: non solo) dal vertice, ma dal valore delle squadre di media levatura. Due esempi: la Spagna e la Germania. La prima è ai vertici europei certamente per le coppe dei campioni vinte dal Barcellona, ma anche per le due coppe UEFA vinte dal Siviglia, per quella vinta lo scorso anno dall’Atletico e per i risultati ottenuti da Valencia e, sopratutto, Villareal. I tedeschi, pur non vincendo la coppa dei campioni dalla finale di Milano del 2001, hanno riconquistato il quarto posto nella massima competizione grazie ai turni macinati in coppa UEFA dalle varie Brema, Amburgo, Leverkusen e compagnia.
Al di là della corretta disamina socio-politica di Pedro, bisognerebbe chiedere all’antennista in cravatta gialla, che rompeva l’anima all’Inter con la questione del ranking, perché oggi non se la prenda con gli zamparini, i de laurentiis, i lotito, i garrone, i preziosi, le sensi, per non parlare del perdentissimo a livello europeo campedelli e perfino con il monociglio ovino, che da una vita si accaniscono per entrare in Europa salvo decidere la stagione successiva che la competizione che li interessa sia il campionato. Uscire da squadre come il Metalist Harkiv (i sampdoriani ci sono riusciti per ben due volte) o il non battere neanche in casa propria l’Utrecht (vero mazzarinho proporzionale?) o essere eliminati da due squadre ceche come lo Sparta Praga e, udite udite!, il Mlada Boleslav o perdere a Maribor nel turno preliminare (zamparini, cosa dici?) o uscire dal Fulham (passi) o dal Lech Poznan, senza vincere contro il Salisburgo (ju29rgognati: è colpa di Moratti?), o dal Panathinaikos, così da concentrarsi sulla lotta per lo scudetto (parole e musica daaa rozzella e del perdente settantenne nella stagione scorsa), sono le ragioni della perdita del quarto posto in coppa dei campioni.
Provincialismo, provincialismo ed ancora provincialismo.
Certo, l’uscire agli ottavi di coppa dei campioni può non essere il massimo, ma non avere più una squadra in coppa UEFA fin dai sedicesimi è secondo me molto più grave, vista la non eccelsa concorrenza che si trova. Unica squadra in controtendenza fra le squadre di media levatura è la Fiorentina, che non solo ha raggiunto la semifinale di coppa UEFA del 2008, ma ha cercato di difendersi come meglio poteva anche quando è andata in coppa dei campioni.

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6 Marco (geraldo) marzo 4, 2011 alle 10:32

Io faccio coincidere il declino delle squadre italiane nelle coppe europee con le prime accuse di Zeman sul doping e tutto quello che ne è seguito. Forse sono solo coincidenze temporali, o forse no.

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7 juliocesar marzo 4, 2011 alle 10:34

@Ciccio

quasi tutti i gobbi, se non tutti, hanno operato il revisionismo storico a loro piacimento ed ora considerano miggo come un eroe oppresso dal cattivo Moratti ed i suoi perfidi seguaci magistrati/guidorossi/tronchettiprovera.
i rossoneri, pur di darci contro, si mettono sempre dalla parte dei gobbi.
quindi su questo punto non c’è alcun margine di trattativa.

ma a quanto pare l’esonero di Lugiano arriverà a breve…

ps ma non era su questo blog che avevo letto che in realtà moggi non ha scontato neppure un giorno di squalifica in quanto non è più tesserato dal 2006?

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8 Watchdogs marzo 4, 2011 alle 10:40

grande pedro

non dimentichiamo che moggi come dirigente del torino venne ricoperto di insulti per il mercato condotto da far schifo (la prima volta dal 1982 al 1987), e venne indagato per le prostitute mandate agli arbitri UEFA in albergo (pavarese pagò per lui) quando tornò in granata nel 1991… è a seguito di ciò e dell fatto di essere stato cacciato dalla roma nel ’94 per alcuni suoi comportamenti poco limpidi che finì alla rube

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9 Luis marzo 4, 2011 alle 10:43

Infatti, finì alla J**e per meriti antisportivi.

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10 dinokinda marzo 4, 2011 alle 11:23

Davvero ottimo post!
Molto curioso di leggere il seguito.

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11 Esteban marzo 4, 2011 alle 12:02

applauso! grande post! :)

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12 Zootz marzo 4, 2011 alle 13:56

Analisi molto interessante, aggiungerei che negli anni’90, quelli delle “7 sorelle”, le italiane han dominato per poi soccombere ai debiti. Precisamente Lazio, Roma, Fiorentina, Parma, lo stesso potrebbe accadere ai club della Premier che hanno debiti ancora più grandi. Non meno debiti ha il Barça per non parlare delle speculazioni edilizie del Madrid. Credo che l’Est pieno di soldi sarà la nuova frontiera vincente.
Sinceramente poi il calcio italiano a livello di club, nella sessantina d’anni in cui si son svolte le Coppe, non è che abbia spesso passato il primo turno.

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13 Watchdogs marzo 4, 2011 alle 15:51

dopodiché è molto diffusa la corrente di pensiero che non si deve andare avanti in europa league per non compromettere il campionato, ed ecco i risultati…

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